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Poveri figli di papà.

renzobossi2

Ormai da anni lavoro a fianco delle piccole medie imprese e dei piccoli medi imprenditori.
E da qualche tempo nelle chiacchierate informali, o nello studio di arditi e innovativi piani di comunicazione, ritorna un tema ricorrente: l’impotenza dei figli di papà.
No aspettate.
Non come si pensa di solito, quei figli di papà con il biposto che prendono la fabrichetta mentre abbinano il gel dei capelli con l’orologio da polso.
Dal mio punto di vista anche questa generazione si è estinta, definitivamente con gli anni 80/90.

Il nuovo figlio di papà è così: tra i trenta e i quaranta anni, ha ricevuto l’onere e l’onore di un’attività avviata negli anni settanta o ottanta da padri che hanno fatto fatica, padri pratici, concreti, con qualche detto dialettale di buon senso.
Padri stanchi, che hanno tirato la volata ai propri figli, tirati su prima come apprendisti, poi come delfini (o trote).
E tuttavia, questi padri benché si dedichino a orti improbabili, pesca in fiumiciattoli sporchi e altri generi di hobby, non mollano il colpo e sono lì come gufetti a contrappuntare ogni minimo errore dei poveri figliuoli.
Figli inadeguati, incapaci di replicare il successo di quel negozietto divenuto showroom o catena di punti vendita.
Intendiamoci: ho sempre odiato i figli di papà. Ma adesso concedetemelo: questi figli dal mio punto di vista non hanno colpe, perché il modello di business dei padri non è replicabile in anni di crisi, di globalizzazione, di media che cambiano, di consumatori evoluti e attenti e di donne/mogli emancipate.

L’unica vera colpa è quella di non saper “uccidere i loro padri”, in quell’eterno conflitto edipico mai risolto, e sopravvivere nella nuova giungla del mercato targato anni 2000.

Vi voglio bene cari figli di papà.

P.s. l’immagine scelta ha semplicemente la funzione di attention getting. Ogni riferimento affettivo del presente post non è assolutamente riferito a Renzo Bossi. Al quale comunque va tutta la mia comprensione.

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