IL FUTURO E’ FINITO.
“Il futuro è finito” questa è l’affermazione quasi provocatoria che Alessandro Baricco nel suo interviene alla prima Venice Session, il progetto di telecom Italia e Nova24 che guarda proprio al futuro.
Secondo Baricco, scrittore e critico musicale tra i più noti esponenti della narrativa italiana contemporanea, il futuro viene spesso considerato come discarica, buco nero dove buttare ciò che oggi ci crea problemi.
Sono morte due categorie: quelle di progetto e di progresso.
Il progresso ha guidato l’occidente dall’800 in poi. Ma oggi chi crede ancora in un progresso che cambi la vita dell’uomo?
Incapaci di pensare al futuro tendiamo a bloccarci sul “nuovo”. Più rare sono le esperienze di in occidente che pensano al futuro con uno slancio progettuale ampio nel pensiero e nella scalatura temporale.
Per questo – spiega – dobbiamo renderci disponibili ad un cambio della grammatica del nostro pensiero. “Verrà distrutto il presente ed il nostro compito è quello di riscrivere ciò che verrà distrutto, con la grammatica del futuro”.


A differenza della generazione dei nostri genitori o dei nostri nonni, è fuori di dubbio che noi fatichiamo a dare forma a un’idea condivisa di futuro: a partire dal dopoguerra, che si trattasse di utopie o di distopie, date come 1984, 1999, 2001 facevano immediatamente scattare la fantasia, facevano immaginare viaggi spaziali, nuove forme di civiltà e di controllo sociale, palingenesi metafisiche. Oggi dire 2050 non fa scattare nessuna fantasia, non muove nessuna emozione: forse ognuno ha il futuro che si merita, e l’unica data che ci dice qualcosa, oggi, è quella della prossima – presunta – fine del mondo.